Una delle pratiche bancarie che maggiormente favoriscono il sorgere di conflitti, la cui risoluzione viene ricercata in una decisione giudiziale, è l’anatocismo bancario. Quando tale operazione viene attuata, dà luogo alla capitalizzazione degli interessi e crea una situazione debitoria abnorme per la quale il cliente della banca può chiedere e ottenere il rimborso di quanto indebitamente versato.

Cos’è l’anatocismo bancario

Con il termine “anatocismo” si indica la capitalizzazione degli interessi passivi relativi a un debito: di fatto, quando pratica l’anatocismo, la banca calcola gli interessi dovuti non solo sull’ammontare del proprio credito, ma anche sugli interessi “composti”, ovvero quelli maturati nel corso del tempo sulla somma inizialmente erogata, aggiungendoli via via al capitale di partenza. In questo modo è chiaro che gli importi da versare aumentino progressivamente, perché non solo cresce il totale del capitale iniziale, ma sulle nuove quote si producono sempre nuovi interessi debitori.

Più passa il tempo, dunque, più si innalza la soglia del capitale: di conseguenza, il debito diventa gradualmente più oneroso, comprendendo nuove quote, assimilate alla cifra inizialmente erogata. In linea di principio, chi subisce gli effetti di un simile comportamento può agire in giudizio per far valere i suoi diritti ma, prima di adire il giudice, è sempre opportuno valutare la congruità delle ragioni sulle quali si basa la domanda, scegliendo i tempi e i modi più idonei per raggiungere una pronuncia favorevole.

Come tutelarsi?

Nonostante l’analisi del comportamento della banca che pratica l’anatocismo sia evidentemente volto a tutelare esclusivamente il proprio tornaconto, spesso il contenzioso legale che segue a una simile circostanza dà luogo a situazioni controverse. Non sempre, infatti, il procedimento giudiziale si conclude con l’esito positivo che assegna al cliente il rimborso delle somme indebitamente pagate per causa dell’anatocismo, anzi talvolta conduce al rigetto della domanda.

L’incertezza di questa situazione va probabilmente imputata al fatto che la relativa azione legale viene spesso intrapresa senza effettuare una previa e approfondita valutazione delle questioni coinvolte, mentre è fondamentale conoscere esattamente tutte le variabili che incidono sulle diverse circostanze e chiarire ogni punto, evitando di commettere errori.

1. Sottoscrizione del contratto

La prima attività alla quale prestare attenzione è quella relativa alla sottoscrizione del contratto: anche se la Cassazione ha stabilito -in modo pressoché concorde- che l’anatocismo bancario è un comportamento illegittimo, soprattutto per quanto riguarda i contratti stipulati ante la delibera del CICR del 2000, in realtà si tratta di una pratica vietata solo ove non ricorrano determinate forme di tutela, tanto che il nostro Codice Civile (art 1283) la considera ammessa, anche se a determinate condizioni. 

Secondo quanto stabilito dalla norma in esame, nel contratto le parti possono stabilire che, qualora gli interessi non vengano pagati, sulle somme scadute verranno calcolati altri interessi, aprendo così- di fatto- la strada alla pratica dell’anatocismo bancario.

Quando si sottoscrive un contratto con cui la banca si impegna riconoscere gli interessi sui rapporti di conto corrente , è quindi importante controllare che sia prevista la medesima periodicità degli interessi creditori e debitori

2. Conti correnti aperti

La contestazione sulla presenza di anatocismo nel contratto concluso con la banca può riguardare anche i conti correnti aperti: secondo la Giurisprudenza è inammissibile la domanda che ha come oggetto la ripetizione di indebito se riguarda l’anatocismo bancario che faccia riferimento a un conto ancora aperto. Il cliente può proporre una domanda volta ad accertare la correttezza del saldo in un determinato momento storico e i precedenti, in questo senso, riportano decisioni concordi: la domanda di rimborso che non sia stata preceduta da quella di accertamento del saldo non è ammissibile e viene sempre respinta.

Peraltro, il problema che si pone in conseguenza della proposizione di una siffatta azione legale contro la banca è anche di carattere pratico, perché la contestazione per anatocismo, con tutta probabilità, avrà come conseguenza l’interruzione del rapporto e la chiusura del conto, specie se “affidato”, oltre alla richiesta di rientro immediato nel fido.

Non è difficile immaginare quali possano essere gli scenari successivi al caso in cui il cliente sia impossibilitato a rientrare nel fido: la banca potrebbe legittimamente agire ed assumere iniziative a propria tutela quali iscrivere ipoteca sul bene del debitore una volta ottenuto un decreto ingiuntivo o una sentenza favorevole, mentre anche altri eventuali rapporti bancari o finanziamenti collegati potrebbero essere compromessi.

3. Produzione dei soli scalari

Quando un correntista intende proporre domanda di ripetizione della somma pagata in eccedenza al dovuto, l’onere di provare l’illegittimità del versamento grava su di lui: la fondatezza della sua domanda, quindi, dovrà essere supportata dalla produzione degli estratti conto completi, non solo degli “scalari” analitici, relativi ai movimenti.

Diversamente, la domanda che contiene la contestazione di anatocismo potrebbe essere respinta per incompletezza o inidoneità della documentazione prodotta. In questo senso rileva in modo particolare una preanalisi delle condizioni, che permetta di stabilire i tempi e i modi con cui avviare l’azione.

Nel dubbio di aver subito l’illecito di anatocismo, è quindi indicato contattare un professionista specializzato in diritto bancario, per verificare le circostanze del caso e valutare la reale opportunità di agire in giudizio.

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